di Christian Raimo

La scuola è sempre stata in crisi, e sono sempre nate e cresciute dentro e intorno alla scuola pubblica sperimentazioni, avanguardie, movimenti che hanno cercato di capire come rispondere a queste crisi cercando di innovare e trasformare. Alcune delle più importanti spinte riformatrici e anche riforme sono scaturite da piccole esperienze di maestri, educatori, pedagogisti: da Mario Lodi a Bruno Ciari, da Emma Castelnuovo a Carmela Mungo, da Mirella Antonione Casale a Margherita Zoebeli da don Lorenzo Milani a Loris Malaguzzi. Ma nuovo è sinonimo di buono in sé?

Il 18 febbraio si sono chiuse le iscrizioni per la Festa internazionale della pedagogia viva che si è svolto il 20 e 21 febbraio online. Gli iscritti, a quanto dicono gli organizzatori, sono stati almeno 4 mila. Il costo era di 20 euro per la diretta, 30 per la registrazione; qualche giorno dopo è aumentato a 30 per la diretta, 45 per la registrazione. A conti fatti un successo anche economico notevole in un momento in cui la scuola, come tutti gli altri settori, è attraversato da una crisi anche economica profonda.

«Pedagogia viva» è una strana formula. Tra chi si occupa di scuola ed educazione non vuol dire molto se non nulla. Ma evidentemente allude, o meglio ammicca, a delle tradizioni molto importanti: quella dell’attivismo e della pedagogia critica, che anche in Italia sono centrali a partire dalla ricezione di due pedagogisti importanti come John Dewey e Celestin Freinet (che cominciarono a essere letti in Italia negli anni Cinquanta del Novecento) e anche a ispirazioni precedenti come quella di Maria Montessori o della meno nota Giuseppina Pizzigoni (inizi del Novecento).

L’organizzazione dell’incontro è dei due fondatori e coordinatori dell’Asilo del bosco di Ostia, una piccola realtà locale che grazie a una percussiva operazione di marketing online è diventata una presenza rilevante non solo nel mondo dell’educazione outdoor ma anche in tutto il dibattito pedagogico nazionale. I due fondatori si chiamano Paolo Mai e Giordana Ronci, e insieme a un’altra coppia, Danilo Casertano e Sabina Bello, hanno dato vita all’Asilo nel bosco nel 2014. Ora i loro percorsi si sono separati, e Casertano coordina un’altra serie di progetti educativi sempre per i piccoli: l’Asilo del Mare e la Scuola del mare, molto vicini anche da un punto di vista geografico all’Asilo nel bosco.

Sia Paolo Mai e Giordana Ronci che Danilo Casertano e Sabina Bello negli ultimi anni si sono fatti conoscere da un vasto pubblico e si stanno accreditando nel mondo della sperimentazione educativa, che è un universo molto variegato. Per fare un esempio, l’Asilo nel bosco di Mai e Ronci con i suoi 310 mila followers su Facebook è la realtà educativa italiana con più seguito sui social. A ruota c’è La scuola del mare e del bosco di Casertano e Bello con 140 mila circa. Per fare una comparazione con realtà storiche della ricerca pedagogica italiana, il Centro internazionale Loris Malaguzzi non arriva a un decimo dell’attenzione.

A questa massiva presenza sui social e online corrisponde un’autorevolezza come formatori e una produzione scientifica decisamente meno consistente. Paolo Mai si presenta così:

Paolo Mai ha preso col minimo dei voti la maturità classica ma a laurearsi non ce l’ha fatta, pur avendo girovagato per diverse facoltà. Nonostante ciò ha tenuto lezioni all’università Bicocca e Roma Tre. Non ama gli ambienti seri, formali e la cravatta e forse per questo ha il sogno di cambiare la scuola. Attivista Greenpeace dal 2005 al 2009, collaboratore della rete mondiale di educazione alternativa Reevo; educatore e maestro da 18 anni, si occupa da qualche anno dei laboratori di educazione emozionale per adulti e bambini.

La sua compagna Giordana Ronci, così:

Mamma di cinque figli e co-fondatrice dell’Asilo nel Bosco e Piccola Polis. Sedici anni di esperienza con bambini di asilo nido e scuola dell’infanzia. Autrice del libro Manifesto della mamma imperfetta. In seguito alla maternità si appassiona a temi legati alla genitorialità, organizzando incontri di sostegno e di informazione per futuri e neo-genitori. Attiva nel campo della formazione, è maestra ed educatrice.

Il curriculum di studi di Danilo Casertano è un po’ più robusto. Proviene dal mondo steineriano e negli ultimi anni, nei tantissimi eventi pubblici a cui ha partecipato o organizzato, mostra una dimestichezza con le questioni scolastiche e una familiarità con diverse esperienze pedagogiche – a partire dai maestri di strada napoletani – maggiore.

Insieme o per contro proprio, Mai e Ronci, Casertano e Bello, hanno scritto dei libri per la casa editrice Tlon. Il primo, L’asilo nel bosco, è scritto a più mani, è del 2015 ed è il testo più interessante perché racconta un progetto ancora in fieri: la suggestione per la sperimentazione tedesca di Petra Jager, il richiamo alla «Scuola Rinnovata» di Pizzigoni e il racconto di un’esperienza sul campo che mescola ingenuità e osservazione. Manca – ma questa è una caratteristica che si ritrova in tutta la loro produzione – un’adeguata bibliografia di riferimento. Non manca invece un profluvio di citazioni prese un po’ a caso da filosofi, pedagogisti e maestri (da Jung a Montessori, da Lao-Tze a Freire).

I due libri scritti in autonomia da Paolo Mai e Giordana Ronci, La gioia di educare. La pedagogia della bruschetta e Manuale della mamma imperfetta sono anche questi pubblicati da Tlon, nel 2017 entrambi, e sono testi decisamente più «leggeri». Ma ci sono un paio di elementi interessanti che emergono più chiaramente e che sembrano diventare dominanti nell’ultimo anno: l’insofferenza sempre maggiore rispetto alla scuola pubblica, e una sempre più marcata fiducia in una pedagogia sperimentale orientata al marketing.

Di cosa ha bisogno il bambino oggi? È questa la domanda che dovremmo porci, perché essa è la migliore garanzia di un futuro felice. Tra l’altro abbiamo la fortuna che due delle competenze basilari per riuscire a essere brillanti lavoratori sono fondamentali anche per i nostri piccoli. Le ultime ricerche condotte da alcune grandi multinazionali, che sono gli enti che più investono in ricerca, ci dicono che per esprimere al meglio, il nostro potenziale in qualsivoglia mansione lavorativa le componenti essenziali sono una sana autostima e la capacità di lavorare in gruppo, quella che Daniel Goleman chiama «intelligenza emotiva» e «intelligenza sociale». 

La letteratura scientifica con cui si cerca di legittimare l’esperimento dell’Asilo nel bosco è davvero scarsa: c’è una tesi in tedesco del 2002, e una tesina in italiano del 2012. Mentre ad ascoltare l’intervento di Paolo Mai al convegno della pedagogia nel bosco, risulta problematico capire quale sia la ragione per la quale possa essere un formatore inserito addirittura nella task force del comune di Roma durante la pandemia. E anche quando Mai si confronta con l’università pubblica – qui un webinar con Michela Schenetti, docente a Bologna – è evidente la sua confusa visione pedagogica, in cui si mescolano naïveté e ambiguità sui nodi pedagogici e politici fondamentali in un grande minestrone.

Più interessante è il novero degli ospiti chiamati a raccolta per la Festa internazionale della pedagogia viva da Mai e Ronci. Spiccano tre nomi di richiamo per chiunque si occupi di educazione in Italia: Francesco Tonucci, Daniele Novara e Franco Lorenzoni. Ma la loro presenza sembra stonata – se non strumentalizzata – all’interno di un contesto in cui si mette pochissimo accento sulle questioni politiche all’interno della scuola, come per esempio sulla difesa della scuola pubblica. Proprio qualche giorno fa Lorenzoni è intervenuto con un lungo post – da cui traggo questo passaggio:

Un post dello scorso settembre firmato da «L’asilo nel bosco» propone di sciogliere la scuola pubblica sostituendola con una gestione locale dell’istruzione, dando a ogni famiglia 700 euro al mese per educare ciascuno i propri figli a modo suo. In tutta franchezza devo dire che l’ipotesi non ha evocato in me l’idea di nuove libertà e valide esperienze da offrire a bambine e bambini, ma piuttosto la nota frase di Margaret Thatcher, secondo la quale «la società non esiste, esistono solo gli individui». In un lontano editoriale del 1962 sul Giornale dei genitori Ada Marchesini Gobetti indicava come grande problema educativo l’incapacità di troppi genitori di «uscire da sé stessi». E questo mi sembra ancora un problema attuale.

Oltre agli educatori italiani nei panel sono invitati nomi popolari in Spagna, come David Bueno e Jesùs Guillen. Sono nomi quasi sconosciuti nel dibattito pubblico italiano. Di Bueno fra poco però uscirà in Italia Neuroscienze per educatori. La relazione tra neuroscienze e pedagogia è molto problematica, e l’adesione acritica con cui viene propalata dai rappresentanti dell’Asilo nel bosco rischia di far danno più che introdurre una discussione utile. In sintesi: l’idea di ridurre a una serie di funzione neurali e non a una dimensione sociale e politica una teoria dell’apprendimento, riproduce un riduzionismo (mente=cervello) che il dibattito delle neuroscienze ha affrontato molte volte, e su cui invece Ronci e Mai sembrano sempre elusivi, evidentemente sforniti di un’adeguata preparazione.

Ancora più controversa è la nozione di educazione emozionale, che Mai e Ronci fanno propria; c’è un blog che s’intitola proprio così. Tra citazioni davvero infelici («Prima l’emozione, poi la comprensione») e una risciacquatura di letture mal fatte di Daniel Goleman, si propongono corsi online di una disciplina ancora piuttosto inconsistente.

L’enorme attenzione che si è creata intorno al convegno del 20 e 21 febbraio non è frutto però solo della martellante campagna di marketing che l’Asilo nel bosco ha fatto ovunque, usando anche i nomi di ospiti come Lorenzoni che sono popolari tra le maestre e le educatrici; è l’effetto di istanze che durante la pandemia sono diventate più forti e diffuse: per l’homeschooling, gli asili parentali, l’outdoor education, o quella che Casertano definisce sovranità educativa.

L’approccio Casertano-Bello si separa, non solo professionalmente, da quello Ronci-Mai e va approfondito con più attenzione. Qui c’è una lunga intervista con Claudio Messora su byoblu (non proprio un sito di informazione affidabile) in cui Casertano spiega quali sono i pilastri della sua visione della scuola: con una buona capacità affabulatoria, Casertano alterna affermazioni discutibili e alcune intuizioni condivisibili, ma è sulle questioni più importanti che le sue posizioni sono problematiche e rischiano di essere pericolose. Casertano è convinto che in Italia la maggior parte delle persone pensi che la scuola vada essenzialmente molto male. Non solo: è convinto – a minuto 19 e 50 lo dice con chiarezza – che la scuola sparirà. Che la scuola democratica e poi di massa, che da Condorcet a Dewey è arrivata fino a noi sia un modo obsoleto per l’educazione.

Sul successo dell’asilo nel bosco, Casertano è trasparente: c’è uno storytelling di successo che in un momento di crisi della scuola può essere molto persuasivo.

Quest’attrattiva fa colpo su molte persone che vogliono, e giustamente, rinnovare la scuola. Nella puntata del 20 aprile 2020 del programma di approfondimento Rai sulla scuola, Tutti in classe, a essere coinvolti sono proprio Danilo Casertano e il neoministro Patrizio Bianchi, allora appena nominato a capo del comitato di esperti del ministero per l’emergenza Covid. Anche qui Casertano sostiene che non occorre più pensare in termini binari (scuola pubblica vs scuola privata):

Dobbiamo capire che è outdoor, è digitale, è a scuola, è con lo zaino, è senza zaino, Dobbiamo capire che se noi lavoriamo a gestire la complessità e usciamo dal paradigma novecentesco o tutti o nessuno, perché altrimenti nella realtà è o nessuno. In natura c’è un principio di gradualità, di realtà, e di biodiversità. Noi dobbiamo portare questo ecosistema di bibliodiversità dentro la scuola.. 

Bianchi lo incoraggia, e sembra proprio che il superamento che Casertano auspica vada nella stessa direzione di Bianchi, ossia in una ancora maggiore autonomia delle scuole che mini alla base persino l’assetto costituente e l’ispirazione condorcetiana della scuola pubblica e gratuita.

La pandemia ha mostrato in modo plateale tanto la fragilità della scuola quanto il desiderio di rinnovarla. Danilo Casertano a maggio scorso ha organizzato una lunga maratona coinvolgendo diversi protagonisti del mondo della scuola: associazioni, docenti, dirigenti di scuole pubbliche, ma anche cantanti, attori. Il primo a intervenire è proprio Patrizio Bianchi, che – ricorda Casertano – dà il nome a questo lungo incontro, «Scuola costituente», che allude a un orizzonte che vada oltre la costituzione. Qui c’è tutto il video della maratona. Nei primi minuti di dialogo tra Casertano e Bianchi, le loro idee sul futuro della scuola sembrano dialogare se non convergere proprio su quest’idea di «scuola costituente» che tenga insieme tutto, ma soprattutto dia un riconoscimento più semplice a chi fa educazione in modo differente.

In un documento redatto pochi anni fa per l’Italia che cambia, Casertano e Bello esplicitano in maniera articolata il loro progetto, che consiste in un vero superamento della scuola pubblica per come è concepita oggi, per andare verso un sistema educativo per cui gli apprendimenti non siano più centrali. Il documento porta la firma anche di Carlo Ridolfi (storico militante della pedagogia attivistica italiana, tra i fondatori e oggi coordinatore nazionale dell’associazione «C’è speranza se accade @ – Rete di Cooperazione Educativa»), il cui contributo è stato di fatto eliminato. Come viene eliminata nella retorica di Casertano ogni ricostruzione storica dell’attivismo, delle scuole nuove, delle scuole sperimentali. Senza storia, contro la scuola pubblica, e lontano da una ricerca pedagogica universitaria seria, il progetto di Casertano sembra fluttuare in una dimensione di sogno. Non è un caso che la parte più consistente del documento sia utopica/distopica: titolata 2040:

La scuola del 2040 avrà il compito di trasmettere e coltivare la sensibilità e le competenze che meglio caratterizzano le eccellenze culturali italiane, con un’attenzione particolare al riconoscimento dei sapori e alla ricchezza del nostro patrimonio agricolo e culinario (che verrà vissuto mediante esperienze e non racconti teorici) e allo sviluppo di tutte quelle forme di artigianato di qualità che caratterizzano il nostro popolo. La scuola diventerà il luogo in cui coltivare l’attitudine alla bellezza e all’arte, elementi che ci appartengono sia su un piano naturalistico che culturale. Una «scuola di vita» che sceglie l’apprendimento diretto e i piccoli gruppi-classe, collocata all’interno di una «società educante», alleanza di genitori, scuola, comunità. […] Abolito il modello unico di programma: al suo posto si prediligerà la diversità su base geografica, con scuole gestite da comuni e province, così che ogni luogo possa dare origine ad una scuola caratteristica e allo stesso tempo caratterizzante, strettamente intrecciata col proprio tessuto territoriale e con i talenti, le qualità tipiche, le specificità e le conoscenze/competenze di quel luogo. Allo stesso modo sarà favorita la pluralità di stili pedagogici, in modo che un bambino e la propria famiglia abbiano modo di scegliere all’interno di una stessa scuola quale stile o metodo pedagogico si adatta maggiormente alle loro caratteristiche.

Non sembra un progetto in cui l’autonomia viene ridotta all’idea di una scuola à la carte? Senza tenere conto che alcuni obiettivi fanno parte già ora della scuola, come l’abolizione dei programmi (dalle indicazioni nazionali del 2012) e che la varietà di stili è garantita dalla Costituzione come autonomia degli insegnanti all’articolo 33? Ci sono però degli elementi che tornano in questo «nuovo paradigma educativo» vagheggiato da Casertano, ed è un’idea di natura astratta, una concezione falsamente rousseauiana per cui l’elemento centrale della scuola di base non è l’apprendimento ma il benessere, il rapporto con il territorio.

Il mito della scuola rurale: un ideale che corrisponde ben poco ai sogni di Casertano proprio per le sue caratteristiche evidenti, dichiaratamente premoderne. Ciò che manca spesso a Casertano è una prospettiva storica su questi fenomeni. Può essere utile invece leggersi la corposa ricerca di Mirella D’Ascenzo sulle scuole all’aperto in Italia per comprendere quanto la storia della pedagogia sperimentale sia intrecciata a doppio filo al dibattito politico e non possa prescinderne, o Fabio Pruneri per capire come le pluriclassi siano un contesto interessante da studiare ma non un modello da rimpiangere acriticamente, o Luca Montecchi, che mostra nel libro Contadini a scuola come la scuola in campagna, nel bosco, rurale, godesse di pessima fama fino a quando Giuseppe Lombardo Radice alla fine degli anni Venti del novecento non cominciò a tessere le lodi della scuola della Montesca a Rovigliano, delle scuole rurali dell’Agro romano, e delle scuole ticinesi fondate da Maria Boschetti Alberti (cito questi nomi perché spesso compaiono nel dibattito sul tema).

Per Lombardo Radice la campagna diventa tout-court locus amoenus, «luogo di formazione per eccellenza dove i giovani crescono in armonia e serenità». La fortuna del mito della scuola rurale cresce durante gli anni Trenta del fascismo, che lo usa come contraltare etico alla vita viziosa di città (il libro dell’ispettore scolastico Francesco Bettini, Vite di scuole rurali: piccolo mondo sereno è del 1936). Da lì in poi il mito crescerà e si moltiplicherà. Ma insieme si svilupperà anche un dibattito pedagogico interessante in cui si cercherà spesso di criticare il falso valore e la falsa novità di uno spontaneismo astratto. È importante per questo ricostruire la vicenda dalla rinascita dell’attivismo in Italia nel dopoguerra, che soprattutto attraverso Freinet e Dewey si muove verso una strutturazione dei metodi nuovi, in un contesto di trasformazione della società tutta. È imprescindibile tenere conto del contributo di chi ha cercato di portare le sperimentazione dentro la scuola italiana. Una figura da ricordare assolutamente è quella di Francesco De Bartolomeis, grande maestro del novecento e oltre, che nel 1953 pubblica Pedagogia come scienza – un testo miliare per sostenere la professionalizzazione del lavoro educativo e l’importanza di una ricerca scientifica sull’educazione che non si lasci affascinare da metodi improvvisati – e che come nessun altro in Italia si è impegnato per le politiche delle scuole dell’infanzia e la fascia 0-6 in generale. Oggi ha 103 anni ma è ancora molto interessato a quello che si muove nel dibattito politico e pedagogico contemporaneo; nel 2012 ha pubblicato Fare scuola fuori dalla scuola, dove continua a ragionare sul valore delle sperimentazioni pedagogiche. Quando lo contattiamo per coinvolgerlo in questa discussione, ci scrive avvilito di come questa vicenda mostri più interessi privati che idee innovative.

Ma il piano esplicitamente politico sembra non interessare né Mai né Casertano, e la loro idea di educazione appare veramente un esperimento nuovo per chi conosce la storia della ricerca pedagogica: l’attivismo senza politica. Un mostro acefalo.

Sugli altri aspetti però le questioni dirimenti sono molto simili a quelle che hanno sempre riguardato le «scuole nuove»: il riconoscimento culturale, il modello economico, il riconoscimento istituzionale, la collaborazione tra soggetti simili. In un’intervista di dicembre 2020 Casertano ritorna su queste formule che fondono un lessico neoliberale con un altro più vaporoso:

Una Scuola Naturale è un contesto in cui l’educazione è benessere, dove i bambini possono fiorire e dove lo stare bene (fisicamente, emotivamente, relazionalmente) è centrale e premessa di tutto il resto. L’accompagnamento e l’inclusione delle fragilità sono quindi aspetti prioritari di una scuola che vuole abbracciare il bambino a tutto tondo. In una Scuola Naturale si pone particolare cura nella relazione con i bambini e le bambine e attenzione ai loro bisogni di gioco e di attività strutturate dotate di senso e valore artistico e artigianale. È una scuola in cui si lavora sulle soft skills, sui talenti e sulle intelligenze multiple tenendo presenti i tre livelli di corpo, cuore e mente e salvaguardando i momenti dell’esperienza, della narrazione e del concetto come tasselli necessari per la vita. 

E declina ancora una volta la «scuola pubblica» in «libera scuola pubblica» – dove è chiaro come sia lo stato l’avversario. Le maiuscole di Scuola Naturale sono dovute anche al fatto che Casertano da qualche anno ha creato una rete di scuole «diverse» che ha raccolto intorno al sito scuolenaturali.it. Anche qui nella mission ritorna quello che sembra un suo slogan: rinnovare il paradigma educativo. Tradotto facile: dimenticarsi della scuola pubblica come l’abbiamo conosciuta nel Novecento.

La mission di Scuole Naturali è di rinnovare il paradigma educativo attraverso piattaforme di esperienze di apprendimento, formare all’outdoor education, fare storytelling educativo, supportare studenti, famiglie e scuole, connettere persone e contenuti sviluppando la rete territoriale della comunità educante, stabilendo una partnership perpetua tra cultura, terzo settore, imprese e scuola.

Quale è l’obiettivo delle Scuole naturali? Come va questa rete? Lo spiega Casertano stesso, nell’intervista già citata:

Come si può interagire con voi? 
Semplice. Basta contattarci sul nostro sito (www.scuolaneturali.it). Scuole Naturali è una piattaforma per permettere a chiunque sia coinvolto nel mondo educativo di cercare i professionisti outdoor nella propria zona attraverso un motore di ricerca. Noi ci occupiamo di formazione al modello educativo delle Scuole Naturali, attraverso corsi online e in presenza sull’Outdoor Education, sulla Sostenibilità, sul rapporto tra Natura e Tecnologia e per una Pedagogia di Arte e Cura. Accompagniamo la transizione verso nuove modalità di fare scuola per offrire alle generazioni presenti e future un’educazione che sia al passo con i tempi. Il tutto attraverso corsi pratici con esperienze dirette per scoprire nuove opportunità per la realtà a cui appartiene chi ci contatta e sperimentare tutte le funzionalità seguendo i consigli dei più esperti in Italia, che da oltre 10 anni hanno formato in presenza e online più di 7.000 persone. I percorsi di diversi livelli sono rivolti a gruppi, scuole ed enti e si declinano in base alla preparazione e agli obiettivi da raggiungere rilasciando un attestato di partecipazione. Sul nostro sito è possibile consultare il catalogo formativo per conoscere la proposta e le modalità di iscrizione e organizzazione dei percorsi formativi.

Questa radicalità dell’intento è davvero nuova ma suona molto stonata, se si guarda alla storia dei riformatori della scuola italiana. Da Maria Montessori a Ernesto Codignola e la sua Scuola-città Pestalozzi, dal Movimento di Cooperazione educativa al Ceis di Margherita Zoebeli, dall’Umanitaria di Giuseppina Pizzigone alla scuola di San Gersolé di Maria Maltoni per arrivare alle Reggio children di Loris Malaguzzi o al laboratorio di Cenci di Franco Lorenzoni, tutti gli esperimenti più rilevanti sono sempre andati in direzione di stimolare un rinnovamento della scuola pubblica dall’interno, avendo come obiettivo di portare dentro e di puntellare e ricostruire dove erano più evidenti le fragilità. Anche per questo le varie forme di riconoscimento che lo stato italiano ha dato a queste sperimentazioni, a partire dal 1946 quando venne trovata la formula «scuole di differenziazione didattica» hanno cercato sempre di preservare e di valorizzare il valore costituzionale della scuola per tutti.

Non per questo le istanze che vengono da chi segue Casertano e Bello, o Mai e Ronci, sono però da liquidare. Per usare un’espressione vieta ma efficace in questo caso: non rischiamo di buttare il bambino e berci l’acqua sporca. Non sono da liquidare non soltanto per il rilievo che ormai hanno nel dibattito italiano sulla scuola, ma per l’esigenza di capire come fare a valorizzare ma anche selezionare e formare quello che viene dalle esperienze alternative.

E anche il tentativo intrapreso dal ministero da qualche anno è quello di intercettare, censire, e valorizzare le esperienze locali. Lo strumento di cui si è dotato si chiama Patti educativi di comunità. È la possibilità che viene data ad enti locali, istituzioni, pubbliche e private, realtà del Terzo Settore e scuole di sottoscrivere specifici accordi, rafforzando così non solo l’alleanza scuola-famiglia, ma anche quella tra la scuola e tutta la comunità educante. L’obiettivo è intervenire soprattutto sul contrasto alla dispersione scolastica e all’abbandono scolastico. Anche qui la vocazione è quella di rafforzare la scuola pubblica dove sembra più fragile attraverso una forma di responsabilizzazione degli altri attori istituzionali e non.

Un esempio di questi patti può essere il lavoro che sta facendo la Rete di cooperzione educativa con l’osservazione delle Piccole scuole dell’Indire (l’istituto del Miur che si occupa di ricerca educativa) nell’area intorno a Assisi, o il patto del fiume Simeto, il patto del comune di Malegno (per chi volesse approfondire qui c’è un webinar di presentazione), o quello che avviene già da tempo a Torino (dove la figura di Fiorenzo Alfieri o lo storico lavoro di Francesco De Bartolomeis ancora sono molto sentite) o quello promosso da Save the children e molti altri soggetti a Napoli, sulla scorta dell’esperienza dei maestri di strada.

Questi patti paiono indicare una direzione diversa se non di senso opposto a quella di Casertano. Il quale, a fronte di un accreditamento ormai rivendicato nei confronti del neoministro Bianchi, ha pubblicato un articolo proprio sui Patti educativi di comunità, dove ribadisce la sua idea di ecosistema e biodiversità declinandola semplicemente su un’altra metafora: l’orchestra. Anche qui chiosando l’articolo con il solito auspicio: «Ci auguriamo che questa fase costituente sia la rinascita di un paradigma educativo più sostenibile e felice».

Le questioni che un approccio come quello di Casertano, pone rispetto alla scuola pubblica sono davvero molte. La più importante è: vogliamo rafforzarla o minarla? Vogliamo che associazioni del terzo settore, le comunità dei genitori e delle associazioni agiscano in nome del bene comune o usino lo strumento dell’autonomia scolastica per nutrire le spinte del localismo, dell’autonomia differenziale, delle piccole patrie? In questi Patti educativi chi garantisce le condizioni di equità? È vero che la scuola pubblica va così male? Non è forse la retorica dell’irrimediabilità a portare a danni veri? Non bisognerebbe piuttosto riconoscere e valorizzare le moltissime esperienze faticosamente virtuose e farne un modello per tutte, da studiare, criticare, far crescere?

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