di Christian Raimo

Gentile Virginia Raggi,

le scrivo nei giorni della malattia, il contagio che sta appestando tutto il pianeta, e che da ormai un mese è arrivato a Roma con un’intensità che per fortuna non avevamo conosciuto finora. Anche lei è a casa, malata o spero in convalescenza. In un’intervista di qualche giorno fa diceva di essersi fatta prestare la camera da suo figlio per isolarsi meglio. Le scrivo dunque approfittando, se si può dire così, di questi giorni dolorosi, in cui abbiamo tutti a che fare con la riflessione sulla fragilità dei corpi, con la preoccupazione per la salute nostra e degli altri, e con la paura, e in cui la protezione minima che possiamo avere sono semplicemente le nostre case.

Lei abita a Ottavia, e anche in questi mesi ho trascorso dei periodi di autoisolamento in un appartamento a Ottavia. Vivo a Montesacro con due persone fragili, due ex senza fissa dimora, e per la tutela mia e loro, spesso da marzo ho preferito recludermi in un appartamento a Ottavia che era la casa dei miei nonni morti tempo fa. È una piccola casa in cui ho passato l’infanzia; ho della borgata degli anni ottanta dei ricordi da nostalgico, persino idillici, ormai, mi ricordo la campagna che già iniziava da via della Lucchina, la presenza di fattorie, i campi arati che portavano camminando fino a Veio. Ora è una casa sfitta che mia madre dovrebbe vendere a pandemia finita, ma ancora c’è un letto e le utenze funzionano, tanto basta. In questi mesi di lockdown, quarantene, autoisolamenti, coprifuoco, avremmo insomma potuto incontrarci, in fila alla farmacia su via Trionfale, a prendere un caffè al bar che lei frequenta a via Casal Del Marmo, al bancomat in via Tarsia, o magari a fare due passi al parco dell’Insugherata, cercando di stare attenti alle famiglie dei cinghiali. Incontrarci, appunto, come semplici abitanti di Roma. Anche io ho un ruolo politico, come lei sa, minuscolo, come assessore nel municipio terzo; ma questi ruoli, per certi versi la malattia li annulla, e ci fa assomigliare moltissimo ai nostri corpi.

Le vorrei parlare proprio di questo. I nostri corpi. I corpi degli abitanti di Roma.

Sta cominciando una nuova campagna elettorale, per cui lei si sta legittimamente e intensamente impegnando da qualche mese. Ecco, c’è un aspetto di questa campagna elettorale che mi preoccupa se non mi addolora molto. Al contrario mio e suo e della maggior parte degli abitanti di Roma, ci sono in questa città moltissime persone che non hanno una casa dove ripararsi. Ripararsi da tre minacce che, unite insieme, rischiano di essere davvero letali. Il freddo che sta arrivando, il contagio, e gli sgomberi. Provi a mettersi per un istante nei panni di queste persone. Provi a fare mente locale su queste tre minacce incombenti, e immagini di averci a che fare per i mesi che verranno senza sosta, senza di fatto avere scampo. Vivere per strada, in accampamenti informali, in una tenda all’addiaccio, sarà difficile come non mai come nei prossimi mesi. E come lei sa, a Roma, ci sono decine di migliaia di persone in questa condizione: italiani e stranieri, migranti appena arrivati e anziani che hanno perso tutto, adulti con malattia mentale e bambini che non vanno a scuola. Semplicemente i poveri. Quelli che, come dice nel Vangelo Gesù stesso, “ce li avete sempre con voi”.

Mentre sia io che lei bene o male possiamo proteggerci dal freddo e dai rischi di contagiarci e contagiare nei prossimi mesi, isolandoci nelle nostre case tutto sommato accoglienti, questo non è detto che sia possibile per queste decine di migliaia di persone.
Il sostegno che le strutture sociali potranno dare ai poveri nei prossimi mesi sarà sempre più fragile. Come sa, tutto il sistema sociosanitario è sotto stress, e gli operatori sociali sono tra i soggetti più a rischio per la pandemia. I ricoveri per i poveri, per forza di cose, sono diventati possibile fonte di contagio, che mettono a rischio gli stessi ospiti. Strutture di prima accoglienza non riescono a operare. Eccetera.

Vengo al punto. Le voglio chiedere una cosa semplice: che questa campagna elettorali a sindaco per il 2021 non sia fatta contro i poveri. Lo so che sono persone che nella stragrande maggioranza non voteranno; non hanno documenti, non hanno residenza, non sono italiani, fanno fatica anche a sopravvivere. Ma non per questo lei non anche la loro sindaca. La pandemia, le malattie stagionali, il freddo, la paura del contagio, le difficoltà del sistema sociosanitario, sono già sufficienti per mettere a rischio la dignità se non la sopravvivenza di queste persone. Non aggiungiamo gli sgomberi, le operazioni di polizia a favore di telecamera, i blitz con le ruspe. Come è avvenuto a luglio con l’insediamento di Camp River, come sembra voler ripetere in tutta Roma in queste settimane. I poveri, a cui si distrugge la baracca, non spariscono; si spostano, come è prevedibile in una situazione di ancora maggiore miseria.

Cosa possiamo fare nel frattempo? Pensare. Questa pandemia ci sta insegnando che le soluzioni dettate dall’emergenza spesso sono le più erronee. E che invece occorre educarci alla consapevolezza e alla prevenzione. Per i ventimila? trentamila? abitanti di Roma che vivono per strada, occorre progettare con uno sforzo di immaginazione e con una dedizione necessaria a chi amministra, soluzioni di lunga durata. Non può esistere una Roma in cui la cittadinanza si basa sull’esclusione, la ghettizzazione, la disumanizzazione di altri.

Le auguro una pronta guarigione, e buona campagna elettorale. Come lei sa, sostengo un altro candidato, ma mi piacerebbe che su questo – sulla dignità delle persone, letteralmente sulla loro pelle – non ci fosse uno scontro che di politico non ha nemmeno il nome.

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