di Christian Raimo

Non è facile fare un discorso ragionevole sulla scuola durante una pandemia. La ragione principale è che la scuola esercita nell'immaginario valoriale di chiunque un peso diverso. Ognuno, si potrebbe dire, ha una propria ideologia su cosa voglia dire scuola. Indipendentemente dalle differenze dei cicli (parlare di primaria è ovviamente un'altra cosa che parlare di superiori, di infanzia come di medie), quello che non si percepisce spesso è come la scuola sembri significare la stessa cosa per tutti, mentre celi una moltiplicità di concezioni. Possiamo considerare la scuola la più importante palestra d’uguaglianza che ci è rimasta in un contesto sociale che non prevede più la legittimità del valore dell’uguaglianza tra i suoi valori di riferimento – avere un’idea donmilaniana della scuola, quindi di critica radicale al sistema sociale in cui è inserita –; o possiamo considerare la scuola come il più importante apparato ideologico di stato, secondo la famosa definizione di Althusser: il più formidabile dispositivo di riproduzione di un sistema di valori etico, socioeconomici, etc… Durante una pandemia, il valore che diamo alla scuola è ancora più diversificato. È chiaro che la scuola è il baluardo che ci assicura il senso di un sistema sociale basato non solo sulla produzione e il consumo, e allo stesso tempo è lo strumento attraverso il quale quel sistema sociale basato solo sulla produzione e il consumo si può reggere. Da questo punto di vista una contrapposizione tra chi pensa che le scuole vadano tenute aperte e chi pensa che sia meglio chiuderle è sciocca. Ancora più sciocca è la contrapposizione tra le due posizioni stupide di chi pensa che le scuole vadano tenute aperte a tutti i costi e chi le vorrebbe chiuse per partito preso. È ovvio che il modo in cui le scuole sono aperte, chiuse, semiaperte o semichiuse, con una parte preponderante o meno di didattica in remoto, dipende dall’equilibrio ogni giorno rinnovato tra diritto alla salute e diritto all’istruzione. E quindi ha molto senso che il calcolo di questo equilibrio cambi ogni giorno, per ogni scuola. Quello che valeva a settembre non vale a metà novembre, quello che vale per una scuola del Trentino non vale per una scuola del Lazio. E aggiungiamo altre considerazioni che ci fanno valutare altri parametri per le nostre scelte:

  1. L’autonomia scolastica da una parte che consente ai / scarica sui dirigenti il massimo della responsabilità del funzionamento della scuola, abbiamo potuto constatare in questi mesi, può essere un grande valore aggiunto come un malus; e dall’altra parte può essere un vantaggio rispetto a un’articolazione territoriale come uno svantaggio rispetto all’organizzazione di un intero sistema scolastico.
  2. Sulla scuola durante la pandemia non abbiamo modelli. Il microbiologo Crisanti (che nella prima ondata aveva messo appunto il modello veneto, e che aveva svolto il primo studio locale sulla comunità di Vo’ arrivando alla conclusione che la fascia 0-10 era per nulla infettabile e infettiva, si era dovuto ricredere per gli studi successivi che abbiamo visto) in questi giorni continua a ricordare quello che poteva essere fatto per la scuola e che potrebbe ancora oggi esserci d’ispirazione. Lo studio del funzionamento della pandemia in una classe. Quest’estate, sostiene giustamente Crisanti, avremmo potuto prendere un istituto comprensivo, e fargli cominciare la scuola in agosto, monitorando per un mese come funzionava sicurezza e contagio.
  3. Molte cose potevamo fare quest’estate e non sono state fatte. Avremmo potuto agire sulla preparedness e invece oggi possiamo agire quasi soltanto sul contenimento, sulla riduzione del danno. Per diversi motivi: i dati che abbiamo sono scarsi e sporchi, le misure d’intervento insufficienti. Non sappiamo fondamentalmente come e dove s’infettano la stragrande maggioranza degli ormai 40mila casi giornalieri che riusciamo a sapere che sono positivi ai tamponi. Abbiamo una meditata certezza che s’infettino nei luoghi dove ci sono concentrazioni di persone: questi luoghi sono soprattutto i nosocomi, le fabbriche, i mezzi di trasporto, gli uffici, i bar, i ristoranti, ma anche moltissimo le case, e certo anche le scuole. In misura minore? Molto probabilmente sì. Per come sono state organizzate le scuole nella grande maggioranza dei casi – finestre aperte, mascherine, distanziamento – i criteri di sicurezza sono più possibili e efficaci che altrove.
  4. Questa situazione di quasi-controllo è possibile nei momenti e nelle condizioni di una pandemia che non arriva a una fase acuta come è ormai da quasi un mese, in cui il sistema sanitario è stressato all’inverosimile.
  5. E veniamo alla questione didattica a distanza. La didattica a distanza è stata per il primo lockdown una didattica di emergenza per dare un minimo di continuità e normalità in una situazione di disastrosa anormalità. Dopo vari mesi il ruolo della didattica a distanza non può essere ridotto a questo: un succedaneo alla scuola come dovrebbe essere. Su questo è stato fatto pochissimo. La formazione per la didattica a distanza si è rivelata in moltissimi casi insufficiente.
  6. La vulgata più diffusa sulla scuola in questi mesi è che la scuola sia sostanzialmente un’oasi e una salvezza. Non c’è un valore pedagogico nel fare tutti i giorni scuola tutti i mesi, secondo il calendario scolastico che ci siamo prefissati e secondo i metodi che ci siamo dati sembra una volta per tutte. Perdere due mesi di scuola non vuol dire pregiudicarsi il futuro. Comprendere l’eccezionalità di una pandemia, la crisi sociale estrema che questo evento storico porta in sé può avere un altissimo valore educativo. Facciamo interi progetti didattici che durano mesi sulle grandi tragedie del passato, l’Olocausto, le guerre, e di fronte a una tragedia che stiamo vivendo tutti insieme, non abbiamo la capacità di ragionare su cosa significhi da un punto di vista educativo parlare di malattia, morte, perdita, paura, solitudine?
  7. In questo senso, il più grande fallimento della scuola di quest’anno è il non aver messo in discussione e in crisi i presupposti che rendono la scuola un apparato ideologico di stato, cioè proprio quello che difendiamo nella pandemia come funzionale a un sistema sociale di produzione e consumo. Da una parte tutta l’organizzazione che ruota intorno alla valutazione (nella maggior parte delle classi abbiamo elementi pedagogici come dobbiamo finire i programmi, le griglie di valutazione, l’obbligo di tre interrogazioni a quadrimestre, la pervasività del voto…); dall’altra tutta l’organizzazione che ruota intorno al controllo: le lezioni in presenza e a distanza che prevedono sempre l’asimmetria di un docente che parla e degli studenti che ascoltano.
  8. Un’assenza paradigmatica in questo dibattito sulla scuola è quello sulla qualità dei contenuti digitali che i professori hanno usato come ovviamente mai prima d’ora. Come si scelgono questi contenuti digitali? Chi li produce? Che tipo di supporto sono? Ancora più significativo è che quasi nessuno abbia immaginato una pedagogia che pensasse alla possibilità per gli studenti di essere attivi e produttivi nella scuola a distanza o mista: quasi mai è stata concepita una scuola che insegnasse ai ragazzi a organizzare le lezioni, a produrre il materiale didattico, a imparare a produrre contenuti contenuti digitali. L’idea della passività dello studente è rimasta un caposaldo del dibattito della scuola anche durante una pandemia. La voce degli studenti si è sentita e si sente nei media solo quando deve essere rivendicata l’importanza della scuola in presenza, non quando a essere messo radicalmente in discussione è una scuola dell’autorità e del controllo.
  9. Una sfida della scuola sarebbe educare gli studenti a diventare educatori. Stimolare, per esempio, la peer education, anche questa praticamente assente nel dibattito pedagogico di quest’anno di crisi. Ma anche educare a diventare educatori rispetto alla comprensione della situazione eccezionale che stiamo attraversando. Nella pandemia abbiamo capito quanto sia carente in Italia un’educazione civica diffusa, che comprenda conoscenza di nozioni minime di diritto per esempio o del funzionamento dei servizi essenziali, o un’educazione scientifica diffusa. Un’educazione di base che comprenda per esempio nozioni basi di medicina preventiva o anche il saper fare iniezioni o il sapere leggere i foglietti illustrativi delle medicine, non è oggi considerata prioritaria; non è casuale che il sistema delle vaccinazioni sia stato messo in discussione negli ultimi anni, come non è casuale il maluso o l’abuso di farmaci così diffuso.
  10. L’ideologia educativa negli ultimi anni insegna molto spesso che siamo tutti speciali, che ognuno deve lottare per la propria autorealizzazione, per emergere, per primeggiare. La pandemia ci ha ricordato come siamo molto simili gli uni agli altri: corpi che si infettano facilmente. Pensare a come educare all’uguaglianza invece che alla specialità è un compito importante che si trova di fronte oggi la scuola. Il discorso pubblico è una fiera dell’idolatria dell’eccezione, del caso personale, dell’istanza singola. In questo senso la lettera del bambino Tommaso di cinque anni, o la protesta di Anita la bambina dodicenne davanti alla scuola perché vuole tornare a fare la scuola come prima non sono dei buoni esempi educativi solo perché danno la parola a dei minori. E questo non soltanto perché sentiamo il suono delle parole dei genitori dentro la loro voce. Ma perché in questo momento rivendicare istanze personali vuol dire perdere di vista un sistema di equilibrio difficilissimo che si regge non solo sulla responsabilità collettiva, ma sull’educazione alla responsabilità collettiva. Ecco il compito maggiore della scuola in questo momento è proprio questo: non stare al passo con i programmi, o avere tre voti a quadrimestre, ma l’educazione alla responsabilità collettiva. Educarsi ma anche educare i bambini e i ragazzi a educare gli altri – i propri compagni, ma anche gli adulti, le proprie famiglie, i genitori, i docenti – alla responsabilità collettiva. Come fare? Come si fa normalmente a scuola: essendo chiari, razionali e empatici al tempo stesso. Insegnando a leggere i dati e le evidenze scientifiche, a immedesimarsi nella condizione dell’altro, a leggere i fenomeni in una prospettiva diacronica, a interrogarsi sui dilemmi morali. A questo serve imparare la matematica, la letteratura, la storia e la geografia. Questo significa diventare cittadini, sperando di essere una generazione migliore della precedente.

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