Un paio di mesi per qualche giorno c'è stato un flame di indignazione perché Vanzina aveva realizzato un istant movie sulla pandemia, Lockdown all'italiana; poi il film non è uscito come di fatto non è uscito nessun film al cinema perché i cinema sono stati chiusi. La tragedia dei mesi primaverili è tornata tragedia senza nemmeno ritrasformarsi in farsa. E ora gli elementi tragici e ridicoli della gestione della pandemia si confondono senza nemmeno riuscirsi a distinguere. Nelle interviste i sociologi che si occupano di psicologia di massa parlano di processi di rimozione collettiva - l'incapacità di accettare un dolore oltre una certa soglia. Il che genera evidentemente un'ulteriore tragedia.

Di fronte a questa tragedia e metatragedia, nell'ultima settimana si parla di come trascorreremo il cenone di Natale, se si potrà fare shopping, scartare i regali. È molto probabile che nei giorni di Natale, anche se riusciremo a raffreddare la curva, ci saranno comunque gli ospedali pieni, le terapie intensive stressate, la conta dei morti. Il virus non cambierà a Natale, anzi sarà probabilmente più aggressivo di ora, semplicemente perché i nostri apparati respiratori e le nostre difese immunitarie con il freddo e la pioggia saranno più indeboliti.

Questo stesso triste discorso si può applicare a qualunque altra buona intenzione di ritorno alla normalità a breve raggio. Che sia per la scuola o i teatri. Le cose andranno per almeno due mesi come vanno ora, o appena meglio, speriamo, ma quell'appena meglio non potrà dare adito a un ritorno alla normalità se no andrà di nuovo molto peggio.

Le malattie funzionano così, e sembra così che non riusciamo a farci i conti, con questo proprio: con la struttura narrativa delle malattie, con tempi e modi che sfasciano ogni giorno storytelling di ritorno alla normalità, andrà tutto bene, Natale con i tuoi, a scuola non ci si contagia.

Ma la questione importante continua a essere ancora un'altra: sembra che nella discussione pubblica si sia ormai sedimentata l'idea che la miglior cosa possibile da fare sia convivere con il virus, di fatto una cronicizzazione collettiva della malattia. Più che una vaccinazione, una mitridatizzazione.

Ci siamo abituati negli ultimi decenni ad avere a che fare con malattie sempre più croniche, tumori che alternano fasi aggressive e recessive, diabeti, leucemie, malattie autoimmuni, per non parlare delle dipendenze, della malattie psichiche: una buona parte della popolazione non è né sana né malata. Siamo così tanto abituati all'idea della convivenza con la malattia, all'idea di cronicizzazione, che abbiamo meno dimestichezza con l'idea di terapia e di guarigione.

Pensiamo che sia terapia o guarigione abbiano a che fare quasi con un intervento magari magico. Il vaccino, per dire, che arriverà, efficace al 94, 95, 100, 120 per cento. Ma qualunque persona che abbia affrontato seriamente una malattia sa che il momento dell'intervento, anche importante, un'operazione, un ciclo di chemio, è una parte della terapia, è una fase della guarigione.

Anche se, come speriamo, il contagio da Covid19 dovesse attenuarsi con il vaccino fino quasi a scomparire, questo non vuol dire che non saremo esposti nei prossimi anni a altre possibili pandemie che potranno impattare molto duramente sui nostri sistemi sociali e sanitari; questo non vuol dire che non eravamo già dentro un'era guasta per il nostro ecosistema, che - al di là della pandemia - ci mostra come ci sia un sistema economico e un patto sociale da ripensare completamente.

Perché non cominciare ora a occuparci della terapia e della guarigione ora invece di accontentarci della cronicizzazione? Come? Abbiamo per esempio capito come siano fondamentali misure di prevenzione di massa. Che quelle vanno affinate e sostenute. Abbiamo riconosciuto che la capacità di tracciamento, di analisi, di diagnosi, di prevenzione e di preparedness è fondamentale per qualunque malattia.

Eppure, ancora oggi sottovalutiamo quest'aspetto. I duri fatti che il tracciamento sia praticamente saltato ovunque e che i dati non siano trasparenti sembrano problemi collaterali, mentre sono il nodo principale. È inutile che strilliamo che dobbiamo dare priorità alla scuola, alla cultura, solidarietà ai commercianti e abbracci ai nonni a Natale se non concentriamo le nostre battaglie politiche sui problemi strutturali.

Se avessimo avuto l'estate scorsa la possibilità di isolare e tracciare i focolai, con misure restrittrive, obbligatorie, su larga scala, oggi avremo una situazione sanitaria più semplice e sarebbe più realistico dire priorità alla scuola. Se oggi decidessimo di usare le stesse restrizioni e nel frattempo da subito organizzassimo tracciamento e isolamento su larga scala, potremmo magari molto prima della distribuzione dei vaccini poter essere sicuri di riaprire scuole e teatri per tutti.

Sembra che chi non tifa per i ragazzini che protestano davanti alle scuole perché non gli piace la Dad sia poco empatico o comprensivo. È il contrario: cerca di immaginare un mondo in cui si educhi alla terapia, alla guarigione, alla prevenzione e non solo alla cronicizzazione. Se oggi si programmasse un lockdown serio di 20 giorni il prima possibile e contemporaneamente un'operazione di tracciamento di massa, le vacanze di Natale e una ripresa più semplice della scuola o delle attività sociali a gennaio potrebbero essere meno un miraggio. Sicuramente ci sarebbero meno morti, meno terapie intensive, meno ricoveri, e quindi meno quarantene, e autoisolamenti da rispettare nei prossimi mesi.

Ma tutto questo probabilmente non accadrà, e tra un paio di mesi ci ritroveremo a indignarci per l'annuncio di un altro film di Vanzina che poi comunque non uscirà nelle sale.

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