di Christian Raimo

Sono cresciuto tra borgata Ottavia a Casal de’ Pazzi. A Ottavia ci abitavano i miei nonni, dai quali trascorrevo quasi più tempo che a casa dei miei, le estati infinite, le vacanze infinite, le domeniche infinite. Sono tornato a Ottavia durante il lockdown, la casa è sfitta, stiamo cercando di venderla, i miei nonni sono morti da quasi vent’anni, per farmi una quarantena. C’ero andato a vivere da solo tra il 2005 e il 2010; ero già troppo vecchio per essere postlaureato, e ancora troppo squattrinato persino per essere un precario. Sono stati gli unici anni che ho abitato in una casa di proprietà. La borgata corrispondeva a una mia vocazione alla stanchezza, la cupio dissolvi di chi si rende conto che non ha piacere a mostrarsi in pubblico, fosse pure tra persone che ti vogliono bene. Alle volte andavo a bere a San Lorenzo, e tornavo stremato, al freddo, quaranta minuti di macchina, tra una cosa e l’altra per arrivare a casa, mi sentivo talmente stordito e solo che prima di salire, mi facevo un pisolino di mezz’ora in macchina, coi riscaldamenti accesi. La prima volta che c’ero tornato dopo che i miei nonni erano morti era il 2002. Mia nonna era morta a gennaio dell’anno prima, mio nonno a inizio agosto – poco dopo il G8. Loro due hanno abitato qui, a via Carampi, per quasi mezzo secolo, fino a quando sono morti entrambi a distanza di sei mesi l’uno dall’altra. La casa gliel’avevano costruita parenti muratori negli anni sessanta. Il condominio è stato ripitturato varie volte, ristrutturato, ma in sessant’anni l’impronta dell’abusivismo è rimasta come uno stigma. Via Carampi – una serie di edifici uno diverso dall’altro, metà cemento a vista, mezza palazzine ocra e giallo – è una strada stretta, scomposta, che finisce nel nulla. Da bambino la loro casa e tutta questa borgata erano il mondo trasfigurato delle possibilità: mi sembrava ad esempio fantastico, essendo perennemente scarrozzato dalla macchina di mia madre, anche soltanto prendere l'autobus, il 997 o il 998, per andarmene da qua a Palmarola dove stava un' altra mia zia che ci raccontava disgrazie assortite e alla fine della visita, come a compenso della sopportazione, ci regalava due dozzine di uova; e mi apparivano come una realtà a se stante, quasi parallela, tutti i campi che iniziavano da via della Lucchina: c’era un cancello verde in mezzo al niente che definiva comunque il limite del mondo esplorabile, i terreni con le zolle da non calpestare (quelle che mia sorella chiamava le «forme di formaggio»), gli alberi a cui non bisognava strappare la corteccia sennò soffrivano come se a noi strappassero le unghie, l’universo delle formiche, l’infinita raccolta dei pinoli... Da liceale inquieto e senza soldi, quando il nervosismo diventava smania, me ne andavo a naufragare per Roma: come la stulifera navis nel Seicento che portava i pazzi da un porto all' altro, io cercavo di perdermi, di andare alla deriva di una città soffocante perché troppo familiare, facevo il flâneur di seconda classe, prendevo i tram da un capolinea all' altro, passavo le ore nelle stazioni dei treni cercando una comunione emotiva con la gente che partiva e arrivava, che si salutava con baci interminabili, e poi salivo sulla linea ferroviaria metropolitana che dalla stazione Nomentana arriva a Ostiense e da lì, attraversando la fantascienza di quart’ordine del terminal, proseguivo in direzione Viterbo, mi illudevo di viaggiare anche io. Alla fine approdavo di notte o di giorno a Ottavia, e i miei nonni erano sempre contenti di vedermi – mia nonna lo mostrava all’eccesso, come se ogni volta fosse un miracolo la mia apparizione da vivo; mio nonno per difetto grugniva qualcosa tipo «Stai buò?». Quando chiedo a Angelo, un mio amico che non vedevo da anni, che incontro a Ottavia per caso in uno dei naufragi per la città: che ci fai qui?, lui mi invita a cena come se farmi conoscere casa, sua moglie, fosse la risposta. Non si può cenare insieme, ed è costretto a raccontarsi. Si è sposato e ha deciso di venire ad abitare proprio a Ottavia, è contento, d’affitto spende poco: “Vedi”, dice, “qui c'è la bellezza di un posto che non sembra Roma”, guardiamo i ragazzini che escono da scuola allontanarsi a raggiera e lui si fa mezzo pasoliniano, “ma la contropartita di questa dimensione paesana, mezza familiare è la chiusura mentale. Vivere qui ha i suoi vantaggi che forse non ha mai avuto vivere in borgata, ma puoi attaccarti a questa perifericità ambientale, e non togliertela più di dosso”. Ottavia come qualunque postborgata ha mantenuto della vecchia borgata la tendenza a farsi isola, anche per meri problemi di logistica. Oltre ai binari del trenino la cui ultima corsa è alle 22, c’è un’unica importante strada di scorrimento che la collega, la Trionfale, con la città che quelli che ci vivono chiamano città. Se il ponticello che sovrasta la ferrovia è stato recentemente allargato, via Casal del Marmo è rimasta tale e quale ed è come se un corpo crescesse e l’apparato circolatorio restasse identico. La seconda traversa da casa dei miei nonni su Casal del Marmo, ci vive la sindaca Virginia Raggi, in un appartamento grande e bello, in una zona vicino all’ipogeo degli Ottavi. Durante il lockdown a marzo 2020 mi ritiro lì. Esco per passeggiate brevi, passo davanti la casa della sindaca. In questi mesi di quarantene, autoisolamenti, coprifuoco, avremmo insomma potuto incontrarci con lei in fila alla farmacia su via Trionfale, a prendere un caffè al bar che lei frequenta a via Casal Del Marmo, al bancomat in via Tarsia, o magari a fare due passi al parco dell’Insugherata, cercando di stare attenti alle famiglie dei cinghiali. Incontrarci, appunto, come semplici abitanti di Roma, penso, quando le restrizioni sono state allentate. Lungo via dell’ipogeo degli Ottavi, c’è l’ipogeo. È nel retro di una casa, una specie di villetta, una targa piccola lo indica. C’è un tesoro, una tomba del terzo secolo dopo Cristo nello scantinato di una casa di uno. Raggi che abita a pochi metri da lì non l’ha mai nominato. Cosa vuol dire periferia o centro per una città come Roma che si estendeva dal vallo Adriano alla Mesopotamia, e che a un certo punto con l’editto di Caracalla decide di dare la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero?

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Christan Raimo

Christan Raimo

 

Christian Raimo è un insegnante, giornalista e scrittore italiano. Il suo ultimo libro è Riparare il mondo (Laterza, 2020).

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