14 Nov

Hotel Africa

di Christian Raimo

All’inizio degli anni duemila con un mio amico giornalista andiamo a dormire in un posto che a Roma non si sa come chiamare. È un capannone dismesso dove dormono circa trecento africani da ormai quasi un anno. “Hotel Africa” è un nome razzista, “Tiburtino” è politically correct e troppo vago. Ho conosciuto varia gente che ci dorme tra cui un tizio che si chiama Mubarak, sudanese, e che si fa chiamare Satellite, pronuncia all’inglese, Satellàit. Gli dico che voglio scrivere un pezzo per la cronaca di Roma di Repubblica su questo posto qui. Lui mi risponde che non capirei niente se non ci resto a dormire almeno una notte; parla un inglese molto vocalico, da rapper. Gli dico di sì, il giorno dopo vado con il sacco a pelo insieme a Stefano. Aspettiamo che arrivi Satellite mentre ci lasciamo intortare da un quarantenne eritreo che ci offre da bere nel suo bar (uno spazio ricavato nel muro, con appesi qua e là i cartelloni dei parrucchieri e le locandine di spettacoli di sei mesi fa) e poi ci presenta due ragazze di vent’anni un po’ grassocce che ci dicono di abitare fuori Roma e che ogni tanto vengono qui per fare compagnia agli uomini. Una mi prende la mano e la lascio fare. Alle undici arriva Satellite e ci mettiamo subito a dormire nella sua stanzetta, che sarebbe due pareti di cemento con un pannello di legno buttato sul davanti. Stefano sul letto, io e Satellite per terra. È febbraio, fa un freddo boia. A mezzanotte comincia a sentirsi un bordello da fuori: boato di cose rotte o trascinate per terra, radio e tv impazzite, urla disumane che non capiamo. Va avanti così fino alle cinque. Io e Stefano abbiamo una paura fottuta, chiedo un paio di volte a Satellite che dice: shhh, zitto. Non riesco a dormire, ho una paura devastante che fuori si stiano ammazzando, penso alle persone che sanno che sto lì. Oppure penso: cazzo, arriverà la polizia, ci scappa il morto perché a qualcuno partirà un colpo o qualcuno fuori di testa farà il panico con un coltello. La mattina mi alzo per vedere che cosa è stato. L’intero pavimento del capannone è pieno di radio rotte, stendini, cocci di bottiglia, cassette della frutta spaccate a metà. Esco, stanno dormendo tutti, c’è una puzza pervasiva di acqua stagnante. Un paio di tizi ciabattano alla fontana fuori per andarsi a lavare i denti. Un paio d’ore dopo chiedo a Satellite che cazzo è successo di notte, se è sempre così. Lui mi dice: cinque notti su sette; la gente si ubriaca e tira giù le cose dai ballatoi: “Non c’è un cazzo da fare qui dentro, per cui”. Il pezzo per Repubblica poi non lo scrivo. Ma quello che mi dice Satellite me lo appunto.

_Avevo un’idea del mondo in cui la rivoluzione era dream and love. Mi sono iscritto al partito comunista a diciassette diciott’anni, quando stavo all’high school, però non è che devi pensare che il comunismo in Sudan sia una cosa ideologica, non è molto diverso da un qualsiasi movimento per il riconoscimento dei diritti, un attivismo democratico. Per un po’ ho pensato che si potesse cambiare la situazione, lottando, manifestando, fino al 1989 credo, quando è avvenuto il colpo di stato, si è instaurata la dittatura e tutti i partiti sono stati messi fuori legge, per cui l’unico modo in cui potevi combattere era dall’interno di un carcere. Ho deciso di andare via. Sono stato in Libano due anni, a Beirut, dove ci trattavano una merda. Ho racimolato i soldi per andare in Siria e poi in Turchia, lì mi hanno fermato e mi hanno rispedito in Siria. Dicevo sempre che ero somalo e non sudanese perché in Somalia c’era una guerra civile riconosciuta e quindi non potevano rimpatriarti. Ho fatto il viaggio dalla Siria poi di nuovo in Libano, mi sono riposato 5 giorni e poi di nuovo verso la Turchia con due tizi, sempre con quest’ossessione di arrivare in Europa, per anni non ho pensato e non ho parlato quasi d’altro. E anche i rapporti che avevo con le persone erano tutti basati o su desiderio condiviso, per cui ogni gesto di benevolenza o affetto poteva essere soltanto finalizzati all’aiutarsi reciprocamente. Oppure i rapporti con le donne, per otto anni sono stati tutti condizionati dal fatto che non sarei stato per molto tempo nel posto in cui stavo o che i soldi che avevo in tasca erano tutti da accumulare per pagarmi un passaggio o i documenti per attraversare una o l’altra frontiera. E anche addosso hai sempre quest’idea che stai scappando, che devi scappare. E l’unico altro pensiero è: okay, God helps us. Dalla Turchia alla Grecia ci siamo arrivati per mare, ci avevano dato dei life jackets e a un po’ di miglia dalla costa ci hanno buttato in mare. Approdiamo a Kos e dovevamo telefonare a quello che ci aveva organizzato il passaggio e dire che era andato tutto bene: dovevamo dire la parola nadus che sarebbe Sudan al contrario. A Kos ci portano in un posto di polizia. C’è un poliziotto che pesta le persone e un altro che invece ci prende a cuore. Ci portano in un campo e ci rimaniamo 3 mesi, con un tizio che ci portava da mangiare e ci dava i calci. Poi ci rilasciano e con una macchina riesco ad arrivare qua a Roma. La prima cosa che ho pensato di Roma? È più sporca di Beirut. Quanti anni mi dai? Ne ho dieci di più. Se vuoi sapere qualcos’altro ripassa. Qualche volta ti va di venire in discoteca con me?!

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