di Christian Raimo

Quando morì Gregory Corso, decisero di commemorarlo alla Casa delle letterature. Era vissuto a Roma negli anni della sua fama stravagante, e voleva essere seppellito al cimitero acattolico alla Piramide, dove ci sono anche altri poeti come John Keats, Percy Shelley, Amelia Rosselli, e altri come Carlo Emilio Gadda vicino alle ceneri di Gramsci. È un luogo sacro per la poesia. Il festival di Romapoesia, ormai defunto, organizzava letture ogni due novembre davanti alla tomba di Gramsci, non solo il poema di Pasolini. Per qualche strana ragione, chiamarono me e un’altra studiosa di letteratura americana Raffaella Vitangeli a recitare le sue poesie alla commemorazione laica di Gregory Corso. Corso morì il 17 gennaio, doveva essere qualche giorno dopo. Il 20 gennaio morì mia nonna, ed è quindi facile che i due lutti si sovrapponessero nella mia testa, decretando la mia personale scomparsa di un mondo. Mi dispiace non avere un video della cerimonia alla Casa delle letterature. La nostra lettura, alternata in italiano e in inglese, fu potente, un qualche spirito evidentemente ci possedeva; leggemmo Bomb come se fosse da una parte un grido dalla tomba, dall’altra un urlo alla città. Le persone che si erano assiepate a dare l’ultimo saluto a Gregory Corso, erano le più diverse. Politici, istituzioni, molti letterati, scrittori, poeti, era venuta anche la figlia che Gregory aveva di fatto abbandonato da giovane, Shery, con cui però si era ravvicinato negli ultimi anni della malattia – un cancro al colon – e che l’aveva assistito fino all’ultimo.

A un certo punto accade una cosa strana. Agli interventi programmati in scaletta, i saluti delle autorità, i ricordi dei poeti laureati, cominciarono a aggiungersi le parole di chi aveva conosciuto Corso per le strade di Roma una sera a Campo de’ Fiori, a Trastevere. I racconti cambiarono di tono, e diventarono dolenti e comici. Nella maggior parte Corso veniva ricordato come un ubriaco che ti si presentava a mezzanotte al freddo sotto il portone di casa e che non potevi non accogliere per una notte, che però diventano due, poi tre, poi una settimana, e poi finiva immancabilmente per essere il poeta beat che squattava dentro casa tua oltre il sopportabile. La figlia ascoltava i racconti del padre che non aveva mai conosciuto, alternando inni alla sua immortalità poetica (possiamo smentirli? Possiamo pensare che Corso non sia stato uno dei più grandi poeti del novecento?) e storie del suo accollarsi a generosi sconosciuti.

Qualche anno dopo Beppe Sebaste lo ricordava in un articolo per Repubblica, si lamentava giustamente che i suoi libri non fossero più ristampati, e raccontava la sua vita a Roma:

Straniero lo fu ovunque, non solo a Roma nei primi anni ‘80, tra Campo de’ Fiori e il Beat 72, il Folkstudio di via Sacchi e il Music Inn, il bar di San Callisto e l’altra vineria del “Tedesco” in via del Governo Vecchio, e in tutti gli altri luoghi in cui si può testimoniare di averlo visto parlare, ridere, creare, bivaccare. Chi ha incontrato Corso sa dunque la sua irriducibile vocazione alla precarietà, la sua rinuncia a ogni requie, equilibrio, regola, tutt' uno col suo essere poeta. Dove my casa? (cui rimando il lettore interessato: Edizioni di San Marco, 1987), non è solo il titolo di una sua raccolta di poesie, ma lo è perché era la frase che immancabilmente a una certa ora della notte Gregory Corso ripeteva guardandosi intorno, quando chi aveva condiviso tempo con lui si congedava per tornare a casa. Gregory Corso non aveva mai una casa. E nell' assenza di ogni appartenenza - geografica, esistenziale, perfino letteraria (da tempo, diceva, anche negli States era invisibile: le antologie dei poeti dell' East Coast lo ritenevano del West, quelle dell' Ovest lo ritenevano a Est, e così tutte lo omettevano) - Corso era l’incarnazione attualissima della “deriva” […]

Corso era illuminante e insopportabile. A un certo punto dalle vinerie lo cacciavano spesso, e ciondolava per Roma con una consapevolezza duplice, di essere un illuminato e un reietto. Sebaste ricorda anche la sepoltura, io non andai lì, la leggenda che gli amici buttarono di tutto nella tomba, bottiglie di birra, vino, sostanze. Sulla sua lapide è incisa una poesia: Spirit / is Life / It flows thru / the death of me / endlessy / like a river / unafraid / of becoming / the sea. ("Lo Spirito / è Vita / Attraversa / la mia morte / all' infinito / come un fiume / che non ha paura / di diventare / mare").

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